Marco Micheli
è nato a Brescia, e fin da piccolo ha dimostrato interesse per
la scienza frequentando le varie iniziative proposte dal Museo di Scienze
Naturali della nostra città. Dopo le scuole medie ha frequentato
il "Calini Sperimentale", ora Liceo Scientifico "Leonardo",
dove ha consolidato il suo interesse per le materie scentifiche partecipando
anche alle fasi nazionali delle Olimpiadi della Matematica e della Fisica,
che lo hanno poi indirizzato verso la Scuola Normale Superiore di Pisa,
di cui ha conseguito il titolo triennale e specialistico in Fisica.
E' stato allievo del corso ordinario della Classe di Scienze della Scuola
Normale dal 2002 al 2007. Ha discusso presso l’Università di
Pisa il 24 luglio 2007 una tesi di Laurea Specialistica in Astronomia
e Astrofisica dal titolo “Effetto YORP sulle proprietà rotazionali
degli asteroidi” sviluppata sotto la guida del Prof. Paolo Paolicchi.
Ha ottenuto offerte per il PhD da parte di Caltech, University of Arizona,
Cornell University, University of Colorado e l’University of Hawaii,
istituzione presso cui si è trasferito a partire dal mese di
agosto 2007.
I suoi principali interessi di ricerca riguardano l’osservazione e lo
studio della dinamica degli asteroidi, focalizzandosi in particolare
sui Near-Earth Objects, cioè quegli asteroidi con orbite tali
da poter collidere in un prossimo futuro col nostro pianeta.
Ed ecco l'intervista che il nostro Marco
ha rilasciato per essere pubblicata sul Bollettino dell'Associazione
Normalisti, e di cui siamo lieti che ci ha autorizzato a riportare per
intero sul nostro sito

Marco sul Mauna Kea con sullo sfondo (da sinistra): Il telescopio
Subaru, i due Keck e l'IRTF |
L’astronomia
è una delle scienze più note al grande pubblico.
Non solo hai un passato di divulgazione abbastanza solido, ma
non è la prima volta che qualcuno ti chiede di parlare
della tua carriera scientifica. Alla luce di questa esperienza,
come giudichi l’interesse generale del pubblico verso l’astronomia?
L’astronomia è al giorno d’oggi probabilmente unica tra
le scienze sperimentali per un motivo fondamentale: solo in questo
settore sono presenti tanti appassionati molto competenti, che
con strumentazioni amatoriali e poco costose riescono comunque
a ottenere risultati di grande soddisfazione personale, e, talvolta,
anche di notevole valore scientifico.
Questo fatto, già da solo, dice molto di questa disciplina,
capace di catturare l’interesse non-professionale di migliaia
di persone, dalla formazione più disparata.
La mia passata esperienza nel campo della divulgazione astronomica
mi ha anche mostrato che moltissime persone, di ogni fascia di
età, possono essere attirate verso la scienza in generale,
e l’astronomia e fisica in particolare, dal fascino delle osservazioni
astronomiche, anche ad occhio nudo. È sempre sorprendente
realizzare quante cose affascinanti sono visibili ogni notte sopra
le nostre teste, anche senza strumenti (luna permettendo)! |
Come
valuteresti la qualità dell’informazione scientifica in campo
astronomico che un giovane può acquisire dalle pubblicazioni
cartacee e in particolare dalla rete? La trovi corretta, formativa e
soprattutto utile per chi si affacci con determinazione a questa disciplina,
come hai fatto te, fin da giovanissimo?
La questione dell’informazione astronomica in Italia è estremamente
variegata. Fin dagli inizi della mia passione verso questa disciplina
ho iniziato a notare esempi di ottima informazione (ad esempio il “classico”
Super Quark in televisione, o il supplemento Tutto Scienze de La Stampa,
o la rivista Le Scienze, edizione italiana di Scientific American),
affiancati da tantissimi esempi su cui preferisco non dare un giudizio
esplicito, in cui giornalisti di testate a copertura nazionale mostravano
una preparazione scientifica inesistente (o peggio, totalmente errata!).
Il
mio particolare settore disciplinare, lo studio degli asteroidi che
possono colpire il nostro pianeta, ha poi da sempre una “nicchia” di
rilievo nell’attenzione mediatica. Anche in questo caso, purtroppo,
non sempre più attenzione implica un’informazione più
corretta. Spesso, soprattutto negli anni scorsi, mi è capitato
di vedere annunci di taglio catastrofistico su passaggi ravvicinati
di asteroidi, che creavano un allarmismo del tutto ingiustificato verso
eventi che accadono in media ogni settimana. Discorso simile vale, a
livello globale, per i vari film catastrofistici su impatti asteroidali
o cometari: se da un lato hanno contribuito ad attirare l’attenzione
del pubblico verso il reale e concreto problema degli impatti asteroidali,
dall’altro ne hanno fornito un quadro inaccurato, e spesso eccessivamente
pessimistico in certi aspetti (come i danni causati) e ottimistico in
altri (quali le nostre effettive capacità di intervento).
Fortunatamente, nell’attuale era di Internet, è diventato possibile
per chiunque sia interessato alla scienza, e desideri informazioni corrette
ed aggiornate, rivolgersi direttamente alla fonte, cioè agli
appropriati siti web di divulgazione scientifica, evitando il “filtro”
intermedio del giornalista o del regista cinematografico. Siti come
quello della NASA o Wikipedia (che per informazioni scientifiche è
nella mia esperienza personale decisamente affidabile) permettono rapido
accesso ad informazioni corrette, dotate di fonti, chiaramente spiegate
e soprattutto aggiornate (altro problema non trascurabile dell’informazione
tradizionale, via libri o riviste).
Per curiosità, dei film “catastrofistici” che
hai visto, qual è quello che ti è sembrato il più
accurato?
Come dicevo sopra, nessuno dei famosi film catastrofistici (Armageddon,
Deep Impact, …) è totalmente sbagliato, sono “solo” in
gran parte sbagliati! E questo forse li rende ancora peggiori,
perché la loro apparente scientificità li riveste
di un’aura di correttezza che rimane nell’immaginario delle persone.
Comunque, dovessi scegliere tra i due precedenti, preferisco Deep
Impact almeno per due motivi. Innanzitutto il rischio di scoprire
una cometa impattante a breve termine è molto più
realistico rispetto ad un asteroide, perché fortunatamente
conosciamo quasi tutti gli asteroidi massicci, ma non tutte le
comete (che spesso vengono da molto lontano e visitano il Sistema
Solare per la prima volta).
In secondo luogo, per lo meno mostra un vero impatto, sensibilizzando
il pubblico al danno che frammenti anche piccoli possono fare
al nostro pianeta.
|

Uno dei due Keck (attraverso un visore notturno) che punta con
il suo raggio laser Plutone
|
Veniamo
alla tua storia. Fin da piccolo sei sempre stato fortemente orientato
all’astronomia, sei stato davvero una persona molto determinata nel
tuo percorso formativo. L’astronomia è assieme alle scienze della
terra o la biologia una materia scientifica insegnata più spesso
di altre scienze sperimentali nelle scuole di base; tanti ragazzi adorano
leggere di astronomia quando sono giovani, ma generalmente prendono
altri percorsi professionali.
Potresti riassumere brevemente ai lettori i fattori che invece nel tuo
caso ti hanno portato a mantenere questa curiosità fino alla
scelta del percorso universitario invece che come semplice hobby?
Questo
aspetto della mia esperienza scientifica è davvero peculiare.
Ho iniziato ad interessarmi di astronomia fin da quando
avevo sei anni, grazie ad un piccolo osservatorio astronomico nella
mia città (Brescia), dove appassionati tenevano conferenze divulgative
di astronomia. L’evento “chiave” nel mio percorso è stato però
l’apertura dell’osservatorio Serafino Zani, a Lumezzane (BS).
La storia di questa infrastruttura meriterebbe molto più spazio,
trattandosi di un caso raro (o forse unico) di mecenatismo scientifico
nel nostro paese. Questo bellissimo osservatorio amatoriale è
stato costruito dalla famiglia Zani, industriali della zona, e messo
a totale disposizione degli appassionati locali di astronomia, offrendo
loro la possibilità di avere un’eccellente locazione (minor inquinamento
luminoso rispetto alla città), un buon strumento osservativo
e un grande supporto organizzativo ed umano, e permettendoci di raggiungere
livelli di ricerca quasi professionali.
Sarò sempre grato a questa iniziativa, che ha fatto nascere in
me la passione per la vera ricerca astronomica, permettendomi di conoscere
a soli 14 anni cosa fossero gli asteroidi e le comete, e come fosse
possibile studiarli, anche con mezzi semplici, facendo lo stesso tipo
di osservazioni e lavori che ora compio professionalmente alle Hawaii.
Mi sorprendo ogni giorno di come queste comunità di appassionati,
con strumenti commerciali e tanta passione, riescano a ripetere nel
loro piccolo le stesse metodologie scientifiche della scienza astronomica.
Sei giunto infine alla Scuola Normale Superiore, un ambiente
in cui ti sei trovato molto bene anche a livello personale.
Anzitutto, perché questa scelta? Come l’hai valutata alla fine
dei cinque anni del corso di laurea? I corsi forniti dal sistema universitario
pisano nel complesso e le infrastrutture che hai trovato (le biblioteche
della SNS e del dipartimento di Fisica) erano all’altezza delle tue
aspettative?
Soprattutto, erano quello che un astronomo come te cercava?
La
mia esperienza dilettantistica in astronomia mi ha convinto fin da subito
che, per essere un buon astronomo, è necessaria prima e sopra
di tutto una buona preparazione matematica e fisica.
La Scuola Normale, pur non fornendo un curriculum specifico per astronomia,
mi ha quindi permesso di ottenere una preparazione di ottimo livello
in questi due settori.
Finita l’università, siamo arrivati al dottorato.
Un dottorato alle Hawaii è prima di tutto un dottorato negli
USA. Prima di entrare nello specifico del tuo caso, che cosa suggerisci
di fare agli studenti che escono dal ciclo di studi della laurea magistrale
italiana qualora volessero trasferirsi negli USA.
Quali fattori secondo te devono attentamente considerare?
La scelta di un dottorato negli Stati Uniti è senz’altro impegnativa,
sia dal punto di vista burocratico, sia da quello personale. Le applications
per i PhD vanno inviate molto prima rispetto alle università
europee, anche 8 mesi prima dell’inizio effettivo dei corsi.
Vanno inoltre corredate da un set di esami standardizzati, sia di cultura
generale e lingua, sia specifici per la disciplina scelta, che però
fortunatamente si possono sostenere direttamente in Italia.
Nel momento in cui si viene accettati, si aprono molte opzioni. Innanzitutto
si viene in genere invitati a visitare le università, in primavera,
prima di effettuare la scelta. È un’ottima occasione per conoscere
di persona i ricercatori del luogo, e iniziare a farsi un’idea di un
possibile futuro advisor (relatore). L’importanza di questa figura nel
sistema americano è superiore all’Italia: l’advisor non è
solo il relatore di tesi, ma anche e soprattutto la persona per cui
lo studente farà ricerca, e quindi la persona da cui verrà
pagato.
È
quindi importante accertarsi che tale persona abbia finanziamenti (grants)
tali da poter finanziare la propria ricerca come studente.
Se si sceglie di accettare un’offerta, bisogna ricordarsi che in USA
l’anno accademico comincia presto, in genere a metà agosto. Da
lì in poi si dovrà abituare non solo ai nuovi impegni
accademici, ma anche a tutte le novità che la vita in un nuovo
paese comporta. E bastano pochi mesi per accorgersi che l’America è
molto più distante (culturalmente) dall’Europa di quanto si pensi!
Il
Pan-STARRS e la Luna.
Si trova sul Haleakala, sull'isola di Maui |
L’University
of Hawaii ha una grande tradizione astronomica, e l’Institute for
Astronomy (IfA) è certo uno dei più importanti centri
al mondo in tale campo. Di cosa ti occupi
esattamente?
Il mio lavoro principale, svolto con il prof. David J. Tholen, è
osservare gli asteroidi NEO potenzialmente pericolosi per la Terra,
al fine di migliorare la conoscenza della loro orbita, e conseguentemente
la prevedibilità di futuri impatti.
Per queste osservazioni utilizziamo alcuni dei telescopi situati
sul Mauna Kea, vulcano spento dell’isola maggiore delle Hawaii.
Contemporaneamente, collaboro al progetto Pan-STARRS, uno studio
del cielo che coinvolge molte università di tutto il mondo,
con base proprio all’Institute for Astronomy. Il telescopio usato
in questo progetto si trova in cima all’Haleakala, un altro vulcano
hawaiiano sull’isola di Maui. Oltre a ciò, ho quasi terminato
il mio progetto di tesi, in ambito simile, che comprende l’uso di
telescopi sul Mauna Kea, e una collaborazione con un gruppo di ricerca
che gestisce i dati della missione infrarossa della NASA chiamata
WISE. |
Hai accennato a collaborazioni con altri gruppi di ricerca,
in particolare con altri gruppi negli Stati Uniti “continentali”. Che
cosa secondo te caratterizza in generale le Hawaii come ambiente di
lavoro? Che cosa invece le accomuna sotto il profilo della ricerca scientifica
al resto degli USA?
La vita professionale alle Hawaii è estremamente interessante
e stimolante, soprattutto in un settore come l’astronomia, dove l’Università
spicca per importanza. Nel mio settore la vera chiave del successo hawaiiano
è la possibilità di avere accesso a tutti i grandi telescopi
qui costruiti, anche a quelli di proprietà di altre nazioni.
Ciò mette a disposizione degli scienziati dell’Institute for
Astronomy un set di strumenti completo e al top mondiale del settore,
permettendo di svolgere al meglio quasi ogni tipo di ricerca si desideri.
Il Faulkes
in versione chiusa |
Un
esempio per chiarire la ricchezza di mezzi in cui si trova un
astronomo che lavora alle Hawaii: sull’isola di Maui è
stato costruito (da una fondazione privata) un telescopio a scopo
educativo, dedicato agli studenti delle scuole medie e
superiori, che vi possono avere accesso per i loro progetti
scolastici; questo telescopio, chiamato Faulkes, ha un diametro
di 2 metri, maggiore del più grande telescopio professionale
esistente sull’intero territorio italiano (1,8 metri di Asiago).
Per
il resto, come dicevo, lo stile di lavoro accademico è
simile a tutto il resto degli USA, basato su finanziamenti a progetto
(grants) e quindi sulla continua necessità di inviare dettagliate
richieste (proposals) per avere accesso a strumentazioni e a fondi
di ricerca.
|
Il Faulkes
in versione aperta |
L’università delle Hawaii ha altre punte di eccellenza
nelle scienze e nello sport. Pensi che la gente che hai incontrato in
questi anni in USA o in Europa abbia una buona visione del suo livello
o tende a sottostimarne la qualità?
La peculiarità più evidente della University of Hawaii
è proprio questa dualità tra ottimi dipartimenti, al top
delle classifiche mondiali per la ricerca svolta, e altri che si focalizzano
molto di più sulla semplice didattica. Ciò è dovuto
alla particolare localizzazione geografica delle isole, che diventa
un punto di forza ineguagliabile per alcuni settori (come l’astronomia),
mentre è prevalentemente un ostacolo per altri ambiti (a causa
dell’isolamento geografico). Pertanto facoltà quali oceanografia,
vulcanologia, geologia (oltre che astronomia) sono qui rappresentate
al meglio, così come lingue e cultura orientale, o business (focalizzato
al commercio con l’Asia).
In questi campi una scelta di dottorato alle Hawaii potrebbe essere
un’opzione da considerare per altri italiani interessati ad un’esperienza
accademica all’estero.
Andiamo
oltre l’astronomia e la scienza.
Quali sono le altre passioni non scientifiche che possiedi? Quante di
queste sono nate o hanno trovato espressione anche alle Hawaii?
Prima di iniziare quest’avventura alle Hawaii le mie passioni non professionali
erano prevalentemente ”terrestri” (passeggiate, fotografia naturalistica
e simili). Trasferitomi in un ambiente marino, ho iniziato ad appassionarmi
sempre più al mare, soprattutto alla natura oceanica, facendo
attività tipo snorkeling. La mia principale passione resta comunque
viaggiare, e questa esperienza americana mi sta permettendo di svilupparla
al meglio: tra viaggi di lavoro e personali, ho affrontato più
di 100 voli in 4 anni!
Secondo
te, quali preconcetti hanno le persone nei confronti delle Hawaii? Che
cosa non si immaginerebbero mai di trovare visitandole o anche vivendoci
per un lungo periodo?
La prima impressione che un visitatore ha delle Hawaii è in genere
piuttosto sorprendente, ed in negativo. Atterrando nell’aeroporto internazionale
di Honolulu ci si trova scaraventati in una grande metropoli di quasi
un milione di abitanti, con grattacieli, autostrade e traffico.
Nei minuti successivi, si viene in genere portati in uno degli alberghi
di Waikiki, in riva al mare ma anch’essi tipicamente americani, essendo
grattacieli spesso altissimi (anche oltre i trenta o quaranta piani)
con vista sulla zona più moderna della città.
La sorpresa viene quando ci si allontana anche pochi chilometri da Honolulu,
e si scoprono le meraviglie di queste isole, che fortunatamente sono
rimaste per grandissima parte incontaminate (a parte appunto la zona
urbana
della capitale, ”sacrificata” alla società del ventunesimo secolo).
Da un lato si trova un mare stupendo, con spiagge disabitate per chilometri,
onde maestose e pesci tropicali. Dall’altro lato c’è la foresta
pluviale, con cascate, foreste di bambù, liane e fiori stupendi
(e purtroppo spesso ignorata dai turisti in visita). Ovviamente non
finisce qui: c’è anche l’elemento culturale, con i siti storici
dell’attacco di Pearl Harbor e i palazzi del preesistente Regno delle
Hawaii, e soprattutto c’è l’intero arcipelago da esplorare: isole
ricche di vulcani attivi (il Kilauea è l’unico vulcano perennemente
in eruzione al mondo) e di quelli spenti ma comunque imponenti. Il Mauna
Kea, dove ci sono i telescopi, raggiunge i 4200 metri, quasi come le
Alpi nel mezzo dell’oceano (misurata dal fondale oceanico, è
la montagna più alta del pianeta!).
Un’altra
sorpresa, questa volta di tipo culturale, è la prevalenza della
cultura asiatica. Aggirandosi per Honolulu si scoprirà che più
della metà delle persone sono di origine asiatica, che i cibi
più diffusi sono sushi e dim sum, e che ad ogni angolo si possono
vedere templi buddisti e shintoisti.
Un lato della cultura locale spesso inatteso, che però ha purtroppo
sostituito la cultura e la lingua hawaiiana tradizionale, ormai ridotta
ad un numero ridottissimo di comunità sulle isole più
remote. Fra l’altro, è poco noto, ma l’hawaiiano ha un pronuncia
molto simile all’italiano ed i locali si complimentano spesso per l’eccellente
pronuncia dei nostri connazionali!
Ci
torneresti, scienza a parte, nella vita?
Dopo quasi cinque anni di vita qui mi sono sicuramente legato a questi
posti, sia professionalmente sia umanamente. La mia professione mi porterà
senz’altro a tornarci più volte, ad esempio nel 2015 in occasione
della conferenza mondiale dell’Unione Astronomica Internazionale, che
si terrà proprio ad Honolulu. Dal punto di vista personale, però,
la distanza dall’Italia si fa senz’altro sentire!
Un’ultima
domanda, come forse saprai l’Associazione Normalisti sta iniziando un
programma di tutoring per mettere in contatto le diverse generazioni
di normalisti, di modo che i più giovani siano informati sul
proprio futuro. Se qualche giovane normalista volesse contattarti per
saperne di più saresti disponibile?
Certo, ne sarei felicissimo!